Abitare nella preghiera

Abitare nella preghiera

12 Ottobre 2016 Off Di Suore Divina Volontà

Ottobre 2016

ABITARE IN TE È VIVERE

Io t’ invoco, o Dio verità,

nel quale, del quale, per il quale sono vere tutte le cose vere.

Dio, da cui sfuggire è smarrirsi,

a cui tornare è risorgere,

in cui abitare è vivere.

Dio, che nessuno perde, se non inganna se stesso;

che nessuno cerca,

se la grazia non lo indirizza;

che nessuno trova, se non è puro.

Dio, che abbandonare è come morire,

che attendere è come amare;

che intuire è come possedere.

Dio, cui ci spinge la fede,

a cui ci conduce la speranza,

a cui ci unisce la carità.

Sant’Agostino (IV sec.)

La preghiera è essenzialmente un mistero e, come tale, viene da Dio. Essa è un contatto intimo da persona a persona. Perché questo contatto persista e si intensifichi sempre di più, ha bisogno di una certa educazione a mantenere costante il desiderio di preghiera; ma anche di molta passione per vincere l’incostanza e custodire la pace interiore, frutto del colloquio silenzioso con Dio.

La preghiera non è una fuga dagli altri, è la ricerca interiore di un’intimità con il Signore per guardare a Lui solo e in Lui amare gli altri.

Occorre avere una cella interiore in cui perseverare istante per istante nella preghiera. Questo è abitare la preghiera.

Essa ha un luogo e un tempo, uno spazio, limitato, preciso ed ordinato, non al godimento spirituale, ma al frutto della carità.

Nei vangeli, normalmente, la preghiera intensa è l’ambito in cui Gesù vive i momenti più impegnativi e vitali della sua esistenza terrena, in cui sperimenta una particolare manifestazione del suo rapporto filiale con il Padre, ma è anche il luogo di scelte significative che fa solo dopo aver sperimentato l’approvazione da parte del Padre.

L’unico desiderio che abita la vita di Gesù è compiere la volontà del Padre e questa la si può capire, incontrare, solamente nella preghiera, luogo in cui il cuore umano entra in sintonia con il cuore divino.

Ma, in realtà, cosa sia o debba essere la preghiera, scrive fr. MichaelDavide, monaco benedettino, “non lo sappiamo, cosa sia invece pregare, abitare la preghiera, lo possiamo sempre sperimentare come si vive un atto di amore o un sussulto di disperazione: non è mai assolutamente nuovo, eppure è sempre unico”.

La preghiera fa un tutt’uno con la vita. In realtà noi siamo preghiera e la preghiera è ciò che ci permette, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro, di trasformare la nostra quotidianità in un luminoso frammento di eternità. Essa non è una fuga dalla vita, ma è il modo per imparare ad abitare ogni situazione fino a trasformare “l’amaro” in “dolce”.

Come lo è stato per Gesù, anche per noi la preghiera è il luogo dell’incontro con il Padre; è entrare, per rimanere, nell’umile esperienza di un Dio che va in cerca di un uomo, di una donna, assetati di Lui. E’ essere coscienti della propria pochezza, delle fragilità che ci caratterizza, però stando nella pace del cuore dove alzare, sereni, lo sguardo verso Dio e non essere accecati dalla propria miseria. E’ diventare, ogni giorno, la sua mano per chi ha bisogno di aiuto.

Due mani giunte, gli occhi socchiusi senza mai essere sbarrati al mondo che portiamo dentro e che sentiamo attorno a noi, tornare più vicini alla terra col semplice gesto d’inginocchiarsi senza perdere, ma recuperando interamente la nostra dignità, una parola o un silenzio o ancora un grido sommesso che penetra il cielo…questo è semplicemente pregare”.

Siamo chiamati a crescere verso l’interiore e verso l’esterno. Sviluppare una vitalità interiore non ci rinchiude in noi stessi, ma ci libera e scava dentro di noi una profondità di vita che si manifesta poi all’esterno. L’uscita dalla superficialità di noi stessi verso il nostro vero Io lo possiamo chiamare preghiera.

Il testo di Luca che fra poco leggeremo e che attraverso il ritiro di oggi vorremmo contemplare e fare nostro, ci invita a fare della preghiera una scelta, una responsabilità. Solo così potrà sostenere un’intera vita.

Lc 11,1-13

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per La sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”.

 

In questo testo Luca ci presenta un quadro molto intimo, molto bello.

Gesù si trovava in un luogo a pregare. In ebraico luogo è una situazione reale e concreta, visibile. Quando Gesù prega non è sottratto allo sguardo dei suoi discepoli. La sua preghiera diventa un luogo, una situazione, in cui gli altri, in un certo modo, possono entrare.

Però ci sono dei momenti in cui questa preghiera, costante, costitutiva della vita stessa di Gesù, s’illumina, diviene esplicita.

Qui si dice: stava pregando, quando ebbe finito; vuol dire che questa preghiera esplicita a un certo momento viene terminata da Gesù e inizia l’ascolto, il dialogo con i discepoli. Questo per dire che forse per noi la preghiera può essere, a un certo momento, quasi un percorso opposto. Qualcosa di esplicito che cercheremo di difendere e mettere all’interno della nostra giornata, ma lentamente far diventare davvero qualcosa di familiare, non di abituale, qualche cosa di semplificato, che mano a mano finisce per diventare meno parlata. Meno parole, più Parola, più ascolto.

La preghiera che è più semplice, che è più di ascolto, di quiete, che riceve invece che dare, invece che dire.

Gesù non ha mai pensato di insegnare a pregare. Ha insegnato a stare in mezzo agli altri; ha insegnato le regole della missione … ma sì è dimenticato la cosa essenziale, insegnare a pregare, proprio perché nella sua logica non si può insegnare a pregare, si può semplicemente esperimentare, fare la preghiera.

Nel testo parallelo di Mt cap. 6 abbiamo la forma di preghiera che mostra al discepolo quali sono i limiti e le condizione perché una preghiera sia secondo il cuore di Dio: rivolgersi a lui sempre come Padre nostro e non come padre mio, una valenza comunionale che è essenziale nel nostro modo d’intendere la relazione con Dio.

Non è il di più che fa la preghiera, ma l’essenzialità. Ogni cosa che viene fatto per il frutto spirituale deve essere realmente adeguato all’età, alla professione, al carattere, non esistono regole astratte che sono migliori. Ognuno ha un suo modo di vivere la relazione con Dio, la sua intimità con il Signore della vita.

Il torto di Marta, nei confronti di Maria seduta ai piedi di Gesù, è d’invadere uno spazio d’intimità. Quello di Maria di cui lei aveva bisogno. La parte buona, quella che va bene per lei e verso la quale non si può che avere grande rispetto.

 La preghiera ha un valore nella misura in cui è capace di soddisfarmi personalmente. E se sono soddisfatto di quello che sento, che vivo, che imparo, basta.

Gesù nel vangelo contesta in modo forte l’elemento dell’edificazione della preghiera. Non si prega per edificare gli altri, si prega per assicurare questo spazio d’intimità in cui si possa consumare continuamente l’alleanza tra Dio e la nostra intima coscienza che ci permette di essere testimoni della sua grazia. Ma ciò che avviene in quest’intimità non è argomento, non si può comunicare, è come la radice che mantiene in piedi l’albero… e la radice è il segreto.

La preghiera è l’analogo della relazione dove si vivono i fallimenti, il disgusto, ma raramente e per poco tempo anche le gioie.

Siamo chiamate a guardare a noi stesse come ad un mistero chiamato a comunicare con Dio attraverso la preghiera, ma nel modo più adeguato possibile, senza mai imitare la preghiera dell’altro. Posso lasciarmi aiutare, ma devo trovare la mia maniera di pregare. Nessuno può pregare come un altro.

Immediatamente dopo aver insegnato il “Padre Nostro”, mediante la parabola dell’amico notturno, Gesù sottolinea l’insistenza confidente, persino importuna con la quale bisogna pregare. In 11,5-8 si parla di un uomo che di notte riceve un amico che lo va a svegliare chiedendogli di aiutarlo.

La confidenza deriva dal fatto, innanzi tutto, di poter chiamare Dio “Padre”, il quale «darà cose buone» (oppure «darà lo Spirito Santo», come dice Luca) a coloro che lo invocano con insistenza e fiducia fino ad importunarlo, come si farebbe con un amico.

Per concludere possiamo dire che l’essenziale nella preghiera non è una tecnica, un metodo. Il cuore della preghiera sono la fede e l’amore.

 

Gaetana Sterni

Per Gaetana pregare significava pensare la propria vita con Dio per arrivare a vivere in conformità a Dio. Possiamo dire, in profonda intimità con Lui.

Tutt’a un tratto mi sentii raccolta in me stessa: nel mio cuore si destò un tenero e sensibilissimo affetto verso Gesù, una spirituale soavissima dolcezza mai sperimentata m’inebriò l’anima, tanto da farne sentire gli effetti agli stessi miei sensi” (AF 133 It; Sp 116; Por 138; Fr 106.)

Per lei la preghiera è il luogo della decisione, della scelta oltre che del ringraziamento. Nella preghiera percepisce che Dio vuole essere “l’unico sposo dell’anima sua” e lei non desidera altro che compiere la sua volontà:

Pregavo con molto fervore specialmente perché il Signore mi facesse conoscere la sua volontà sopra di me. Ecco quello che continuamente avevo bisogno di chiedere e chiedevo” (AF 73 It; Sp 69; Por 81; Fr 61 )

E più avanti:

Nelle mie orazioni sentivo più forte il bisogno di chiedere a Dio che adempisse in me la sua santissima volontà. Spesso gli dicevo con grande sentimento: Signore, degnati, per pietà, di far conoscere cosa vuoi da me…al padre dell’anima mia” (AF 124-125 It; Sp109; Por 130; Fr 100.)

Progressivamente, Gaetana, capisce che la preghiera non istituisce soltanto una relazione tra l’uomo e Dio, ma anche una relazione tra l’uomo e gli altri. Il suo cuore non trovava pace se esisteva astio e rancore tra persone a lei care o da lei conosciute. Di fronte all’impotenza non trovava altro sfogo che nella preghiera d’intercessione. Ricordiamo bene l’episodio riguardante il cattivo rapporto tra il marito ed il tutore dei suoi fratelli.

Vedevo nel mio sposo molte belle virtù, ma non restavo soddisfatta di esse, vedendole vane…Con nessuno al mondo volli parlare del mio soffrire perché, ciò facendo, non avrei fatto che un male. A Dio solo dunque e alla addolorata Maria mostravo tutto il mio cuore. Continuamente li pregavo e li scongiuravo di voler concedere al mio sposo il lume necessario per conoscere il suo dovere di perdonare e la forza di farlo di vero cuore”. (AF 36-37 It; Sp 42; Por 48; Fr 31.)

L’intercessione è vissuta da Gaetana come luogo in cui si purificano le relazioni con gli altri. Intercedere significa, infatti, “interporsi”, “andare dentro”, potremmo dire: fare un passo al cuore di una situazione, porsi là dove il conflitto mettendosi dalle due parti in conflitto.

 

Per approfondire puoi leggere i seguenti testi:

Lc 18,9-13: Pregare con umiltà che non significa renderci meno di quello che siamo, ma avere una conoscenza realistica di noi stesse. Significa pregare riconoscendo il giusto rapporto con Dio: io peccatrice, Lui il Santo.

Mt 6,7-9: Pregare con fiducia

Mt 18,19-20: La preghiera costruisce le nostre relazioni comunitarie, fraterne.

Domandiamoci:

Gesù si trovava in un luogo a pregare” (Lc 11,1).

Ancora oggi il Signore Gesù si trova in ogni luogo della nostra vita e lo abita con la sua preghiera. Sentiamo questa presenza? Riusciamo a vederla negli altri? In coloro che ci sono prossimi?

Quando pregate dite: Padre?” (Lc 11,2).

Il modo con cui ci si rivolge a Dio chiamandolo Padre diventa un monito per noi: quale Padre? Ogni volta che chiamiamo Dio Padre siamo chiamati a diventare come Lui, capaci di dare tutto. Siamo chiamati noi a diventare padre, madre, fratello, sorella, amico per coloro che incontriamo sul nostro cammino.

Credo che la preghiera può cambiare radicalmente la storia se è capace di cambiare veramente il nostro cuore?

 

Signore,

la Tua voce parla al nostro cuore

e con un canto segreto e silenzioso

lo risveglia,

lo chiama e lo sollecita.

Così la Tua Parola

risuona in noi

e, lentamente, profondamente,

ci svela a noi stessi.

Aiutaci ad ascoltarti Gesù,

a non cercare segni evidenti,

chiasso, folla, specchi inutili,

che non fanno che riflettere all’infinito

false immagini, progetti vani.

Fa che accettiamo il lungo

cammino interiore,

necessario per

lasciare spazio,

luce,

eco,

armonia

alla Tua voce santa.